Quantità o qualità delle cure?

Si può misurare la qualità?

Nel 2005, dopo anni di persistentemente elevati tassi di mortalità materna, l’India decise di implementare lo Janani Suraksha Yojana (JSY), un programma di cash-transfer condizionale in cui le donne sono state pagate affinché partorissero in strutture sanitarie.

L’effetto del programma è stato tanto profondo quanto deludente. Sebbene i tassi di parti eseguiti in istituti sanitari crebbe, non vi fu alcun effetto rilente sul tasso di mortalità materna del paese.
Questa politica, portò ad un aumento sostanziale del numero di accesso ai servizi sanitari, con modesto miglioramento dei risultati sul paziente; ma successivamente, la copertura sanitaria universale è stata proposta come un potenziale ombrello politico, come se garantire la salute fosse una priorità di sviluppo globale.

I politici hanno risposto con lo sviluppo di piani creativi di finanziamento, iniziative di formazione della forza lavoro e altri programmi che migliorano la capacità di un paese di fornire servizi di assistenza sanitaria, garantendo nel contempo una protezione finanziaria per i suoi cittadini.
Tuttavia, il solo aumento in termini numerici dell’accesso alle cure non sarà sufficiente, perché per migliorare la salute della popolazione mondiale, dobbiamo garantire contemporaneamente che l’assistenza fornita sia anche di ottima qualità.

Quindi, qual è la definizione di assistenza di alta qualità?

Dovrebbe avere sei caratteristiche fondamentali: sicura, efficace, centrata sul paziente, efficiente, puntuale, ed equa.
La sicurezza è un tema critico. Recenti evidenze dalla ricerca sostenuta dalla Organizzazione Mondiale della Sanità (WHO) suggeriscono che gli eventi avversi (ad esempio lesioni iatrogene) sono molto probabilmente una delle principali cause di disabilità e morte in tutto il mondo, soprattutto tra le persone che vivono in paesi a basso e medio reddito.
Anche quando la cura non si traduce in un danno, è troppo spesso inefficace, il trattamento è di solito inadeguato e per alcune condizioni è più frequentemente dannoso che utile.

La politica deve affrontare diversi problemi: perché, quando i sistemi formali di offerta sanitaria pubblica sono disponibili e spesso gratuiti, i pazienti pagano di tasca propria fornitori privati per soddisfare il proprio bisogno di cure?

Una recente revisione di studi provenienti da paesi a basso e medio reddito suggerisce che i fornitori privati possono essere più reattivi e centrati sul paziente, piuttosto che i fornitori pubblici.
Nonostante ci sia ampio consenso sul fatto che la cura centrata sul paziente sia fondamentale, l’esperienza reale dei pazienti è spesso di gran lunga lontana da quella ideale.

Ciò dimostra che quando le persone non sono trattate con dignità e rispetto di base da parte dei fornitori, esse tenderanno ad evitare future interazioni con quello stesso fornitore.
Queste carenze suggeriscono che al fine di tradurre gli accessi in migliore salute, occorre garantire che la cura sia sicura, efficace, e centrata sul paziente.

E abbiamo ancora negli occhi la foto scattata all’ospedale Santa Maria della Pietà di Nola ad accendere i riflettori sulla realtà di quello che puntualmente avviene in molti ospedali pubblici italiani azzoppati da anni di tagli e prosciugati di medici e infermieri per il blocco delle assunzioni.

Due pazienti stese a terra, su coperte di fortuna, un operatore del 118 chino su una di loro per prestare assistenza.

In quei giorni il ministro della Salute sventolava fiera la sua impresa di approvare i nuovi Livelli Essenziali di Assistenza (Lea). Un elenco sterminato di prestazioni sanitarie a cui tutti i cittadini italiani dovrebbero aver diritto.

In questa strana congiunzione astrale si fa sfoggio della sanità del Terzo Millennio in cui la carenza di servizi convive con l’abbondanza, l’assenza dell’essenziale con il superfluo. E in cui la realtà, spesso, fa a pugni con le promesse.

I Lea sono la wish-list di quelle prestazioni che lo Stato dovrebbe assicurare a tutti.

Il problema è come fare a dare concretezza, ad applicare quello che viene sancito come un diritto quando le risorse sono scarse», dice il presidente di Slow Medicine Antonio Bonaldi. «Gli 800 milioni in più stanziati a questo scopo non possono bastare».

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